IL SEME DELL’ODIO – Capitolo III: Il Notiziario della Fox

Pubblicato: 2 novembre 2008 da Willoworld in NARRATIVA
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I ricordi si mescolano alla realtà. Sulla strada di casa mi sembra quasi di sentire di nuovo la polvere. La dannata polvere del deserto, quella che non smetti mai di masticare.
A casa c’è anche mio padre. Si è preso tre giorni di permesso per stare un po’ col figlioletto in congedo. Mia madre ci prepara due sandwich con pollo e mostarda, e noi ci sediamo in salotto a vedere le notizie della Fox, quelle campate in aria per intenderci. Mio padre è un repubblicano convinto, ma anche a lui non va troppo a genio la scimmia. Eppure l’ha votata due volte!
Seguo il movimento delle labbra della giornalista davanti alla telecamera. Non ricordo come si chiama, non mi interessano le parole. Mi perdo nella sua bocca e in altri dettagli. Il rossetto da trenta dollari. La giacca da trecento. Le infilerei il mio M15 nel retto. La farei ballare un po’, proprio come con quella stronza col velo in testa, laggiù nel deserto…

…e quel negro disperato che in lacrime mi urlava di lasciarla andare. Ma io non la capisco quella lingua di merda. Non so neanche che cazzo è, arabo, sunnita, cazzita. Comunque…
Lei si dimena con la canna nel culo. Secondo me le piaceva. Jeremy tiene al guinzaglio il marito, legato come un salame. Bud si avvicina alla troia e le infila il cazzo in bocca. La polvere è dappertutto. Io butto giù un sorso di vodka dalla fiaschetta mentre continuo a stantuffare con l’M15. Jeremy ride come un matto e scatta foto col cellulare. Il culo dell’araba incomincia a sanguinare. Deve proprio piacerle, penso. Ecco che quello stronzo di Bud le viene in bocca. Le tiene la testa, sento i rantoli della troia. Vuoi vedere che riesce ad affogarla. Attento, gli urlo, che te lo mozza. Non riesco a finire la frase che la troia gli da un morso e per poco non glielo stacca. Stronza. Che faccio ragazzi, chiedo. Bud mi urla di ammazzarla, Jeremy invece, che ancora non gli basta, mi trattiene. Forza, gli dico. Divertiti e facciamola finita. Allora Bud prende il marito e comincia a picchiarlo, ma non lo uccide. Non ancora. Gli attende un ultimo grande spettacolo prima di chiudere per sempre quei due fottuti occhi da negro. Jeremy tira la troia per il velo e la butta per terra. Io mi piego in modo da non perdere la posizione. Continuo il vecchio su e giù col fucile. Lui le monta sopra e comincia a scoparla. La sabbia si alza, un polverone del cazzo. Ho paura mi si inceppi il pezzo. Andiamo avanti così per due o tre minuti. Finalmente sento il gemito del mio compagno. Fammi una foto, fammi una foto, urla a Bud. Ma lo stronzo sta maciullando la testa del marito. Non lo uccidere ancora, gli dico. Stai tranquillo, risponde lo stronzo, ma ho paura che sia troppo tardi.
Siamo all’epilogo, Jeremy si rialza in piedi soddisfatto. La troia è distesa e non si muove. Ma è viva, lo sento. Tutti si girano verso di me, in attesa del colpo. Io continuo ancora un po’ a stantuffare, su e giù, su e giù. Voglio sorprenderli. Voglio farli divertire, persino il marito che con la faccia coperta dal sangue rotea un’orbita verso la moglie. Li guardo uno ad uno, mi soffermo alcuni istanti sul volto stravolto di Bud. Inaspettatamente, bang!
Tutto qui, mi urla Jeremy. Il colpo non lascia traccia. Una mezza convulsione delle flaccide membra della troia, e poi è tutto finito. E che ti aspettavi, gli dico io, sfilando dal culo l’M15 e pulendolo al velo del cazzo. L’altro colpo è per il marito. Bang!
Andiamo ragazzi…

“David, vuoi un altro sandwich?” mi chiede mia madre dalla cucina. Il ricordo mi ha messo appetito. “Si, mettici più mostarda!” rispondo.
In Tv danno lo sport. Mio padre è sempre contento quando danno lo sport. Il mondo diventa più semplice, più lineare. Risultati, classifiche, vincitori, vinti. Tutto quadra. Non è come la politica o la finanza. Lui non ci capisce mai un cazzo di quella roba. È repubblicano perché lo era il suo vecchio, semplice. Per il resto, potrebbero morire tutti. Ma lo sport è un’altra cosa.
Mi alzo, saluto il vecchio e me ne vado in camera. Guardo l’orologio. Le tre meno venti. C’è ancora tempo, ma ho voglia lo stesso di dormire.
Scendo giù, dove le tenebre si fanno tiepide, e il silenzio è musica.

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