IL SEME DELL’ODIO – Capitolo VIII: La Valle del Tempio

Pubblicato: 7 novembre 2008 da Willoworld in NARRATIVA
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Ci metto un secondo ad addormentarmi. All’inizio i sogni si mischiano tra loro. Tra amici, ragazze, ricordi di infanzia e ricordi dell’inferno di sabbia.
Poi arriva Lui. Si fa largo tra i ricordi sbranandoli senza pietà, e lentamente riporta la mia memoria all’inizio. All’inizio del tutto… La valle del tempio.

– Allora Jeremy. Cosa dobbiamo fare qua? –
– Non ne ho la più pallida idea. Dobbiamo sorvegliare questa merda di posto. Punto e basta. Domani mattina il convoglio tornerà a riprenderci –
Ci hanno scaricati in questa vallata del cazzo tre ore fa, con il compito di sorvegliare… Sorvegliare cosa, mi chiedo. Ovunque volgo lo sguardo vedo solo dune di sabbia e nient’altro. Le tende, una borsa termica coi viveri e quella del primo soccorso è il solo equipaggiamento che abbiamo in dotazione, oltre logicamente a quella di base: corpetto e fucile.
Bud sbuffa scocciato. Tira fuori dallo zaino una bottiglia di whiskey e ci dà una lunga sorsata.
– Cazzo di posto… Beduini di merda –
Non dice altro, si siede su una roccia che sbuca dalla sabbia e comincia a sfogliare una vecchia copia di Playboy. Il tempo passa e il sole continua a incenerirci il cervello. Le immagini in lontananza vengono sfasate del calore che sale dalla sabbia. Tutto assomiglia ad un miraggio confuso.
Dopo il decimo giro di poker con Jeremy mi stufo di quella situazione e decido di allontanarmi un po’. Voglio salire sopra una delle dune che formano la valle e vedere cosa diavolo ci circonda. Così mi allontano, seguito dai sommessi borbottii dei due, a cui non do la minima attenzione.
– Torno subito, mammole…  ecchecazzo –
Mi accorgo di quanto sia lunga questa onda di sabbia solo quando ci arrivo sotto. Le dune in questa parte del deserto sono stranissime. Ad una prima occhiata non appaiono ripide, ma quando cerchi di scavalcarle sembrano infinite. La pendenza è dolce, ma non finiscono mai!
A metà del tragitto decido di abbandonare lo zaino e portarmi dietro solo il fucile. Quello non lo mollo neanche quando dormo. Arrivo finalmente in cima e quello che vedo ha un che di surreale. In ogni direzione si susseguiono vallate di sabbia, alcune così profonde che non riesco a vederne la fine. Sembra un enorme onda continua, con al centro enormi crateri dalle curve morbide e lucenti. Il sole mi acceca quando cerco di alzare lo sguardo all’orizzonte, cosicché devo rimanere alcuni secondi con la mano sugli occhi, prima di poter guardare meglio.
Poi riesco a vederli vedo… E sono tanti.
– Cazzo, siamo fottuti! –

Sento che mi sto per svegliare. I miei occhi sono quasi aperti. La luce della lampada che ho scordato accesa sul comodino filtra attraverso le palpebre. Poi una voce profonda che sembra gorgogliare sott’acqua invade la mia mente.
– Non ancora David… Torna qua… –
Come se una mano invisibile mi trascinasse via, ripiombo nel nero.

La colonna dei cammelli è formata da almeno venti animali. I beduini sono completamente ricoperti da abiti scuri, che lasciano scoperti solo gli occhi. Ad ognuno di essi, da sopra la spalla, spunta la lunga canna di un fucile. Non riesco a distinguerli, ma ci scommetterei che sono di fabbricazione russa. Ai loro fianchi penzolano delle lunghe sciabole ricurve. La carovana punta dritto verso la mia direzione. Abbiamo davvero poco tempo per nasconderci, se vogliamo evitare il massacro.
Corro a più non posso verso i miei compagni. Cado molte volte mentre ripercorro il tragitto al contrario. Mi ritrovo la sabbia perfino in bocca, così asciutta che non riesco nemmeno a sputare. Scollino la duna e li vedo, Jeremy che cazzeggia col coltello, Bud è sdraiato con la testa sullo zaino, sembra addirittura dormire. Vorrei urlare per avvertirli, ma siamo sotto vento e peggiorerei soltanto la situazione. Un silenzio agghiacciante satura la valle. Sento solo il mio respiro affannato, mentre cerco di ingoiare grosse boccate d’aria. Gli ultimi metri sembrano non finire mai, mentre affondo il passo fino a metà anfibio.
Jeremy mi guarda spalancando gli occhi. Mi chiede cosa è successo, mentre con un calcio sveglia Bud che russa beato. Cerco di riprendere fiato e gli spiego quello che ho visto.
– Dobbiamo nasconderci. Subito! Cazzo! –
– E dove… Dove cazzo vuoi nasconderti qua? Non c’è niente per chi sa quanto –
Bud intanto arma il fucile. Probabilmente non ha capito il numero di beduini che compongono la carovana armata.
Non rispondo neanche alla domanda di Jeremy e comincio a correre verso la sponda opposta a quella da cui sono sopraggiunto. Mi auguro che la morfologia del territorio sia uguale sull’altro versante. In tal caso avremmo qualche possibilità di nasconderci, magari in un’altra valle, ad aspettare il passaggio dei beduini. Sento gli altri che raccolgono in fretta le cose e iniziano a seguirmi. Bud impreca, ma con la coda dell’occhio vedo che si mette a correre anche lui. La cima più alta dell’enorme duna sembra lontanissima e noi siamo ancora a metà. I cammelli non hanno i nostri stessi problemi di movimento. Li sento avvicinarsi sempre di più. I beduini parlano tra loro, in quella maledetta lingua che non sopporto più!
Quando finalmente arriviamo in cima, mi sembra di avere ingoiato metà della sabbia del deserto, ma non me ne curo. Davanti a me si stende un’altra valle, più piccola di quella che abbiamo appena lasciato. Sull’estremità destra intravedo delle grotte e mi ci butto a capofitto. Bud ansima come un pazzo e per un attimo credo che gli stia per venire un infarto, mentre arranca dietro a Jeremy.
Arrivo davanti alle grotte e mi ci infilo, senza neanche guardarmi indietro. Mi fermo, appoggiato al muro, e cerco di riprendere fiato. Arrivano anche gli altri due, che senza dire una parola si stendono a terra. Bud sta vomitando in un angolo; Jeremy lo ha trascinarlo a forza per gli ultimi metri.
Non so quanto tempo è passato, non credo molto, ma adesso riesco a respirare normalmente. Con una lunga sorsata d’acqua dalla borraccia riesco finalmente a pulirmi la bocca. Mi accendo una sigaretta e tendo l’orecchio verso l’interno della grotta. Il rumore non si fa attendere, sembrano delle voci, ma non riesco a capire bene. La corsa mi ha frastornato.
– Merda! –
Mi volto a guardare Jeremy e ne seguo lo sguardo. I rumori non vengono dalla caverna ma dalla cima della duna. I beduini l’hanno appena sorpassata. Indietreggiamo all’interno della caverna, fino ad uscire dalla portata dei raggi del sole che illuminano l’ingresso. Trattengo il fiato sperando che la carovana cambi direzione. Spero proprio che non abbiano intenzione di entrare nella caverna…
La buona notizia è che non lo fanno, la cattiva è che si stanno accampando proprio davanti a noi.
– Dobbiamo chiamare il convoglio – dice Jeremy.
– Dobbiamo dirgli che siamo nella merda e che devono venire a prenderci. Se arrivano con i mezzi per quei negri del deserto non c’è più storia –
Mi pare un’ ottima idea. Faccio per allungare la mano verso il mio zaino che contiene la radio, quando mi accorgo di averlo lasciato sulla duna.
– Sei una testa di cazzo! – Bud mi si avventa contro. Jeremy riesce a placcarlo a mezz’aria e, anche se è la meta di Bud,  riesce ad immobilizzarlo.
– Sta zitto! Vuoi farti sentire dai beduini? Zitto! –
Bud si calma, ma gli leggo negl’occhi la voglia di uccidermi. Io rimango immobile, in silenzio, finché il tizzone della sigaretta non mi brucia le dita.
– Dobbiamo addentrarci nella caverna e vedere se c’è una via di uscita. È l’unico modo –
– È l’unico modo perché qualche stronzo ha lasciato lo zaino in culo al mondo – Bud schiuma di rabbia e Jeremy non lo contraddice. Anche il suo sguardo è furibondo. Nonostante tutto i due mi seguono, non che abbiano molta altra scelta. Accendiamo le torce elettriche e iniziamo a camminare.
Man mano che ci spingiamo avanti, la grotta si fa sempre più bassa, fino a costringerci a camminare curvi. Le pareti di roccia rossa sono adornati da strani disegni, tracciati probabilmente con del carbone, ma non riesco a capire cosa vogliono rappresentare. Si intravedono delle figure antropomorfe, alcune in piedi e altre in ginocchio.
Continuiamo a camminare. Bud sputa sui disegni, imprecando sottovoce. Poi tira fuori la bottiglia e ci si attacca come una sanguisuga. Sembra che non voglia più smetterla di bere.
Finalmente, dopo una mezz’ora buona di cammino, il cunicolo termina e ci ritroviamo in una saletta rotonda scavata nella roccia. Torniamo in posizione eretta. Posso finalmente stirarmi la schiena. Non ne potevo più…
Faccio ancora un passo verso l’interno della saletta, rischiarando le pareti con la torcia. Giro su me stesso e cerco di capire dove ci troviamo. La roccia rossa dà una luce strana all’ambiente, che deve per forza essere opera dell’uomo. Continuo a girare su me stesso, fino a distinguere una piccola porta in un angolo. Un uomo è costretto a chinarsi per passarci attraverso.
Incisi nella roccia sopra lo stipite campeggiano, come a formare una frase, dei caratteri mai visti prima.

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