IL SEME DELL’ODIO – Capitolo X: Interruzione

Pubblicato: 9 novembre 2008 da Willoworld in NARRATIVA
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Scosto la piccola porta, che si apre senza fatica. Dall’interno arriva una debole luce, forse candele. Mi chino e oltrepasso la soglia. All’interno centinaia di ceri rischiarano l’ambiente, un’ampia caverna che assomiglia ad un anfiteatro. Mi accorgo troppo tardi delle tre figure ammantate di scuro al centro dell’arena.  Si voltano verso di me. Mi vedono.
Lingua araba urlata con forza, con disprezzo. Non capisco quello che stanno dicendo, ma la mia mano va automaticamente alla sicura del fucile. Sposto appena il dito. CLICK. Il ferro è armato. Rimango tuttavia immobile, perché qualcosa di allucinante attira la mia attenzione. Un quarto uomo, che non avevo notato prima, è chino sul cadavere di un ragazzino. Mormora una litania continua, incomprensibile. Quando smette di salmodiare si volta anche lui verso di me. La sua faccia è stravolta in una maschera contorta e maligna. Un rivolo di sangue gli cola dalla bocca. Sembra guardare verso di me, ma i suoi occhi sono persi nel vuoto.
– Che cazzo facciamo? – Jeremy alle mie spalle mi batte sulla schiena con la canna del fucile.
– Non lo so… Indietro non possiamo certo tornare –
Ancora una volta Bud ci da una dimostrazione di quanto poco cervello abbia.
– Siamo marines dell’esercito degli Stati Uniti d’America. Inginocchiatevi immediatamente e mettete le mani sopra la testa – urla.
L’inferno si scatena.
Non riesco a capire quanti ce ne siano. So solo che ne escono a decine da dietro le colonne che circondano il centro dell’anfiteatro. Il primo sparo parte dalla mia sinistra. Sono sicuro che ci sia Bud. Il resto sono solo grida e deflagrazioni.
Ne cade uno dietro l’altro, mentre cercano di salire gli alti gradini che ci separano da loro. Non sono armati e sulle facce l’espressione è quella di uomini terrorizzati. Eppure continuano inesorabilmente a correre verso di noi, e noi continuiamo inesorabilmente a scaricare i nostri caricatori su di loro. Schizza il sangue che impregna la sabbia ormai rossa, mentre gli uomini sembrano marionette sventrare che crollano come se li avessero tagliato i fili. La signora morte cala prepotentemente il suo scettro.
Tutti stanno urlando, ma uno in particolare attira la mia attenzione. Sta parlando in inglese.
– Non fatelo, non sparate… Dobbiamo finire o Lui uscirà… –
Non capisco molto bene il resto della frase, a cui presto poca attenzione; poi un proiettile gli perfora la gola ed altri quattro o cinque gli si piantano nel petto. Amen.
Tutto lentamente si calma e finalmente torna il silenzio. Si odono solo i nostri anfibi sulla roccia ricoperta di finissima sabbia. Scendo qualche gradino, nessuno sembra essere rimasto in vita. Appena raggiungo la base della scalinata, mi accorgo del pozzo al centro dell’arena. La luce sembra improvvisamente più bassa, forse qualche candela si è spenta nella confusione.
Invece no; mi guardo attorno e sono ancora tutte accese, eppure l’ambiente appare più scuro, come se le ombre avessero divorato la luce. L’aria sta diventando stranamente fredda e sono convinto di sentire il tipico odore salmastro del mare. Impossibile, qui c’è solo un mare di maledetta sabbia!
Mi avvicino ancora di più al pozzo. Un brivido percorre il le mie membra. Adesso fa chiaramente freddo.
Poi un gorgoglio attira la mia attenzione…

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