Simile sono io, che parlo da sola: di Miriam Carnimeo

Pubblicato: 23 novembre 2009 da novocainamagazine in NARRATIVA
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Tra le lamiere di questa luminosa città, i topi se la ridono nascosti sotto le
macchine. All´angolo di una strada, una banda di volti segnati dal freddo fa
partire una bella canzonetta, una marcia gioiosa, sui suoni di trombe e
tromboni, fa ricordare a chi siede con le spalle ricurve su solitarie
panchine, le belle serate del dopo guerra trascorse ubriache a ballare sui
tavoli, le piccole lucine e le penombre di teste che oscillano, le voci delle
donne tra cristalli e brindisi. Un assolo di tromba spacca la memoria, all´
improvviso, inghiottendo i passanti, gli amici, gli amori. In un deserto di
slanci, tra il rumore delle macchine veloci e il suono costante della corrente
elettrica tra muri e i lampioni, nascono pensieri tra i denti, immagini fisse
di sagome in lontananza, che si ingrandiscono lunghe, senza mai toccarsi, così
stanche, deboli e lente, si schiudono come bolle di sapone nella testa. Guardi
il mondo, lo guardi molto ma sogni altro. Lo scandire di un si riempirebbe la
bocca, fermerebbe il tempo senza lasciare niente al cosa resta. Adesso,
svolazzano le tende adagiate sui vetri delle finestre, amanti di questo stesso
silenzio costruiscono fotografie che in questa città, sembreranno domani un
ricordo ragionevole. Ci vorrebbe una bella passeggiata lontana dal posto in cui
mi trovo, lontano dal rumore, dalla forma dell´acciaio che lampeggia come
sedotto dalle luci. Alzando la testa guarderei alcune nuvole come sfumate
macchie bianche correre veloci nel cielo senza aspettare i miei passi lenti e
incerti, disegnerebbero nuovi percorsi da seguire solo con gli occhi, senza più
lacrime da dedicare al tempo ladro. Ma per fortuna c´è il mare, lo guardo
consolare ogni dentro perso, ogni desiderio di sconfinare. Mi aiuta a godermi
un sogno, dell´intensità di un grande amore, un abisso scuro forse, ma materno
e senza porte chiuse in cui sentirsi vigliaccamente al sicuro. L´aquilone di un
bambino guarda con interesse il mio filo legato a lui, intravisto, sottile,
coreografico ponte tra le voci dei passanti ed i loro lamenti. E´notte, il
cielo è carico a scoppio, le stelle sono ovunque, giù e su si confondono,
simile a me, che parlo da sola. Calmo le urla mentre il cuore batte, attendendo
il momento in cui scorgere il volto di un uomo che torna, ha con se solo l´
entusiasmo di un presente, e la raffinata arte della dimenticanza. Il passato
non più punto fermo di un vissuto senza trasparenze nè gioie con l´eco, senza
più gabbie che tra i fumi emergono immense. Nell´adesso salvo, mai più perduto.
Io, assettata di sincerità morderei il suo cuore per ricordare del mio, il senso.
Miriam Carnimeo
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