ROCK CITY – Secondo Episodio: Il Fantasma di Penelope Pearl

Pubblicato: 1 marzo 2010 da Willoworld in MUSICA, NARRATIVA
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Torna Rock City, un mondo immaginario in cui si aggirano improbabili creature seventies pronte a tutto per vivere il sogno della città della musica. Il mio inseparabile compagno di avventure virtuali, Charles Huxley, ha coniato un logo apposta per questo progetto. Grazie Charles!

Entrate nel mondo di Rock City, una città fuori dallo spazio (anche se molto yenkee) e fuori dal tempo (ma è di sicuro l’era del vinile), in cui la magia, il diavolo e la musica si fondono per servirvi un delizioso spezzatino di emozioni. Buona lettura!

SECONDO EPISODIO: Il Fantasma di Penelope Pearl

I ragazzi sedevano sulle panchine del parco, quello dietro l’Agorà, il più grande dei centri musicali della Dream Records, sessantamila metri quadri di negozi di strumenti, sale di registrazione, bar, ristoranti, negozi di dischi, e poi parrucchieri, tatutatori, tabaccai e rivenditori di gadget di ogni tipo. Il tutto sorgeva intorno a due grandi palcoscenici sui quali ogni sera dava spettacolo la crema del pop di Rock City. Erano passate da poco le tre di notte e i bandoni erano ormai chiusi. Avrebbero riaperto appena sei ore dopo, perché il flusso era inarrestabile e la voglia di fare parte del grande gioco della musica non risparmiava nessuno. A quell’ora gli irriducibili rimanevano sulle panchine del parco, aggrappati all’ultima bottiglia di birra, per lasciarsi accarezzare ancora un po’ dalla notte e smaltire nella testa i fumi delle pasticche.
– Dai Alvin, raccontaci ancora della Pearl…
– Mio Dio, che schianto che era, me la sarei fatta…
– Ehi ragazzi, piano con le parole. La ragazza non era di certo una santa, ma la sua voce metteva i brividi e solo per questo non le si può mancare di rispetto, specialmente adesso che non c’è più…
– Già, è stata una perdita per tutti, soprattutto per la Dream Records…
– Che si fottino quelli della Dream Records…
– Dai Alvin, dicci come è andata…
– Cazzo, lo sai come è andata, te l’avrà raccontata almeno cento volte…
– Si, ma è sempre uno spettacolo. Dai incomincia, che la benzina è quasi finita…

Alvin si sistemò a sedere coi piedi sulla panchina e le braccia poggiate sulle ginocchia, in modo da poter guardare tutti quanti in faccia, perché quando Alvin raccontava una storia voleva entrarti dentro e farti credere a tutto, la magia, il diavolo e gli spettri del palcoscenico. Rock City era una città strana e succedeva sempre qualcosa di inspiegabile, perché nella metropoli della musica la magia esisteva per davvero, e la linea che divideva il vero dall’immaginato correva sul filo delle sostanze spacciate dagli sciamani. La storia di Penelope Pearl la conoscevano tutti in città, ma nessuno riusciva a raccontarla bene come Alvin, giovane roady al soldo della D.R. Intendiamoci, lavorare per una major era una cosa normalissima a Rock City, se si considera che più del sessanta per cento del fatturato cittadino veniva dall’industria musicale e affini. Se volevi campare, il che significava rimanere nel giro, divertirti ed assistere ogni tanto ad un bel concerto, non ti restava che mettere da parte i tuoi principi ed incassare l’assegno dei discografici. Alvin avrebbe volentieri dato fuoco a tutta la baracca, ma le cose non sarebbero cambiate e lui avrebbe sicuramente fatto una brutta fine, perché non conveniva mettersi contro le major. Per questo e per altri motivi, tanto valeva seguire il flusso e vivere il sogno.
Il silenziò calò attorno alla panchina. Il ragazzo si lasciò andare ad un lungo sorso di birra, poi scaraventò la bottiglia vuota nelle ombre del parco. La storia poteva incominciare.
– Penelope Pearl aveva mille talenti, ma io la ricorderò per sempre per queste tre cose; la voce, gli occhi e la parlantina. Erano tre abilità che si fondevano nel momento in cui voleva colpirti. Ti guardava, dal basso dei suoi centosessantuno centimetri, e potevi già dirti fottuto, perché perdersi nel verde smeraldino dei suoi occhi era come abbandonarsi ad un tuffo nel vuoto. Poi ti parlava e, a differenza di molti cantanti, che quando li senti chiacchierare ti chiedi come facciano a tirar fuori dalla gola certe note, la magia della sua voce ti arrivava dritta al cuore, proprio come quando attaccava uno di quei pezzi strappa-anima con cui usava chiudere i suoi concerti. E mentre facevi i conti con le emozioni rimescolate dal timbro di quella giovane gattina, lei t’infilzava con le parole giuste, che ti sparava addosso come una mitraglietta. Insomma, era meglio non mettersela contro, che se all’apparenza sembrava un’innocua ragazzina viziata, in verità c’aveva due palle invidiabili. Purtroppo anche lei, come tutti del resto, c’aveva i suoi vizi. Ma era furba e per questo si riforniva solo dal suo sciamano di fiducia, che al tempo del fattaccio era anche il suo ragazzo. Si chiamava Miguel, un tipo ispanico con i rasta fino al culo, tre o quattro anni più giovane di lei che ne aveva venticinque quando morì. Il ragazzo ci sapeva fare ma era un tipo strano, lo dicevano tutti nel giro. Parlava poco e alle serate di gala non si faceva mai vedere, ma lo potevi adocchiare dietro il palco durante i concerti, defilato tra le ombre. Poteva leggerti la mano, farti le carte e altre stronzate del genere, e si era sparsa voce che ci azzeccava, figlio di puttana. Chissà che fine avrà fatto…
Alvin afferrò l’ultima birra e cambiò posizione. Nessuno disse niente per paura di rompere l’atmosfera. Era il momento in cui la storia entrava nel vivo.
– Era settembre e mancavano solo un paio di concerti alla fine del tour. La Dream stava spingendo per farle registrare subito un nuovo album e poi riportarla sui palcoscenici di Rock City per l’inizio del nuovo anno, ma la Pearl era stanca e disgustata da tutto e da tutti. Voleva prendersi un anno di riposo e non ne fece segreto, tant’è che lo disse apertamente alla fine della sua ultima performance, davanti ai settantamila del Diamond e ai milioni di telespettatori sintonizzati sul canale della Dream Records che guardavano l’evento dal vivo. Micheal Wasserman, amministratore delegato della major, andò su tutte le furie e la sera stessa mosse le sue pedine. Nella suite dell’hotel del Diamond, lo stadio in cui si era esibita, Penelope degustava in compagnia del suo amante un nuovo cocktail onirico. Miguel mischiava parti di acidi con alcune misteriose radici di sua conoscenza, di sicuro roba messicana. Il viaggio d’andata era assicurato, il ritorno un po’ meno…
Alcuni ragazzi risero alla battuta, mentre il cielo ad oriente incominciava già a rischiararsi. La storia riprese…
– Quattro membri dei Doberman, pagati ovviamente dalla Dream, irruppero nella suite senza neanche bussare e fecero il classico lavoretto di persuasione riserbato alle star ribelli. Distrussero la stanza, picchiarono il ragazzo, minacciarono apertamente la Pearl senza però sfiorarla, e poi se ne andarono pisciando sulle tende della suite. Malgrado la paura, Penelope non aspettò il giorno dopo per farsi sentire. Chiamò un taxi e piombò al party delle alte cariche della Dream Records, sul terrazzo a cupola del grattacielo più alto di Rock City. Andò dritta da Wasserman e, davanti ad almeno cento tra i nomi più prestigiosi della città, gliene cantò come solo lei sapeva fare, avvolta da una pelliccina di finta volpe, il rossetto acceso e i capelli pettinati all’indietro, per dare risalto ai suoi occhi di gatto. Lo chiamò “maiale”, e quel grassone diventò tutto rosso, così da assomigliare ancora di più ad un fottuto suino, che il demonio se lo porti! Poi lasciò il palazzo, come una regina, tra gli sguardi sorpresi degli uomini e i risolini delle donne. La vendetta di Wasserman non si fece attendere. Due motociclette affiancarono il taxi sul quale Penelope stava tornando a casa e lo crivellarono di proiettili. Il resto della storia la sapete, perché i giornali ve l’hanno venduta per almeno due mesi. La Voce della Salvezza, quella setta fittizia di fanatici messa su dalle major per coprirsi il culo, dichiarò di essere responsabile del delitto. “Dio punisce gli infedeli ed i servi di Satana”, c’era scritto sulla finta lettera di rivendicazione. La polizia fece un paio di arresti fasulli, la Dream Records organizzò un mega concerto in mondovisione per celebrare la defunta star, una processione di migliaia di fan accompagnò il feretro bianco della Pearl fino a Harmony Hill, il cimitero del rock, e due settimane dopo uscì il doppio album di successi e inediti che si posizionò subito al primo posto della chart e vi rimase per quasi un anno. Fu il più grande affare della Dream, malgrado la perdita…
Miguel, il fidanzato sciamano della Pearl, sparì di circolazione, ma non in quel senso, badate bene. Il ragazzo, come ho detto, ci sapeva fare, e gli scagnozzi al soldo della Dream non riuscirono a scovarlo. Invece alcuni dicono di averlo visto più volte aggirarsi come un anima dannata nel cimitero di Harmony Hill, attorno alla tomba della defunta Pearl. Un ragazzo completamente andato, probabile necrofilo, che amava dormire vicino ai resti delle star e passare la notte nei cimiteri, giurò di aver assistito ad un incantesimo. Miguel, in preda a chissà quali acidi, danzava come un folle attorno alla lapide della sua ex-ragazza, cantando una strana canzone in una lingua sconosciuta. Era la notte del ventisette novembre, la stessa in cui avvenne il secondo omicidio.
Negli uffici della Dream Records, Wasserman era al settimo cielo. Il disco vendeva, gli azionisti erano contenti e la Penelope non rompeva più i coglioni. La vita era una meraviglia, di sicuro pensava, mentre se lo faceva succhiare dalle sue concubine in botta acida, quattro ragazzine di appena sedici anni che volevano diventare famose. Nella vasca idro della sua magione all’ottantottesimo piano del palazzo della Dream, Micheal Wasserman viveva il sogno allo stato puro. Fu lì che lo ritrovò la polizia il giorno dopo, il corpo flaccido immerso nell’acqua sporca di sangue, la testa staccata dal collo a un paio di metri dalla vasca, sul tappetino intriso di cremisi. Le ragazze furono interrogate ma nessuno credette alle loro storie di spettri e vendette. Gli inquirenti dettero la colpa agli acidi. La Dream Records le pagò bene e il giorno dopo fecero ritorno ai loro insipidi villaggi del sud, dove i giovani, ignari del selvaggio mondo dei discografici, coltivano il sogno di Rock City.
– Ma le ragazze parlarono agli amici, e gli amici parlarono ad altri amici, e la storia del necrofilo s’insinuò tra le testimonianze delle ragazze. Lentamente una leggenda prese forma, e vi confesso che non mi stupirei se fosse vera, perché di cose strane ne ho viste in questa città del diavolo…
Alvin riprese fiato. Lasciò andare lo sguardo verso le luci della città, una distesa sconfinata che dalle montagne arrivava fino al mare. Rock City, la città del diavolo, ma c’erano cose ancor più temibili di Belzebù; c’era il Dio Denaro e Fama, la sua baldracca. E poi c’era la droga, quella buona degli sciamani giusti, e quella devastante spacciata dai servi delle major. Il roady si attaccò all’ultima birra, la finì e chiuse la storia.
– Penelope apparve sulla terrazza all’ottantottesimo piano, quella dell’appartamento di Wasserman, candida come il latte, con indosso una vesta sottile che lasciava intravedere le sue forme minute, le sue carni giovani che, per uno strano gioco di luci o chissà per cosa, sembravano anch’esse trasparenti. Si avvicinò alla porta-finestra che dava sul bagno, dentro il quale il grasso amministratore della Dream Records cinguettava con le sue giovani amanti, un bicchiere di whiskey in mano e una tetta da bambina nell’altra. Le ragazze urlarono e schizzarono fuori dalla vasca prima che Wasserman riuscisse a capire cosa stesse succedendo. La Pearl gli fu sopra in un istante. Ignorando le ragazzine, alzò la lama di un enorme coltello sopra la testa del verro umano. Nessuno guardò, ma tutte e quattro udirono dei rumori orribili, un grido disperato mozzato nel momento in cui la lama recise le corde vocali dell’uomo, e poi il suono delle carni squarciate, e un fiotto di sangue che gorgogliava riversandosi sulla superficie schiumosa della vasca. Quando finalmente scese il silenzio, la Pearl intonò il ritornello di Gimme Some Love, la hit che la rese famosa, e nessun canto di vendetta fu più meravigliosamente crudele di quello.

GM Willo – Leggi gli altri episodi

FONTE: The Colony of Slippermen

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