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LIMBO: Capitolo 6

Pubblicato: 23 ottobre 2009 da Willoworld in ARTE, FANTASY, NARRATIVA
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Presto verrá pubblicata anche la nuova illustrazione di Charles Huxley.

Gli specchi d’acqua riflettevano il magenta del cielo, fin dove l’occhio arrivava. L’orizzonte si perdeva tra le nebbie, insieme al riverbero di quella moltitudine di laghi, tra la bassa vegetazione e le canne di bambù che affioravano un po’ ovunque. L’aria odorava di orchidee.
Jade osservava quel nuovo paesaggio mentre discendeva l’altura insieme ai suoi due compagni. Misar le camminava accanto aiutandosi con il suo bastone, mentre Yumo li seguiva qualche passo più indietro. Guidava i due muli attraverso il sentiero, guardandosi intorno di tanto in tanto. Il senso del pericolo del Protettore, affinato come in nessun altro, era costantemente all’erta.
Erano trascorsi una quindicina giorni da quando avevano lasciato il deserto. Misar sperava di poter avere qualche informazione sulla posizione della gilda attraverso la consultazione di una Colonna delle Voci. Per questo si erano diretti verso i laghi. Il vecchio era convinto che da qualche parte laggiù doveva essercene una. Il padre di Jade gliene aveva parlato una volta.
La posizione di questi luoghi di sapere e di scambio di informazioni, che secondo la mitologia Arcon furono messi dallo stesso Seidon per aiutare gli uomini a rintracciarsi in quel mondo così mutevole, cambiava insieme a tutto il resto, ma gli erranti divulgavano con impegno la conoscenza delle loro ubicazioni. Si diceva che venivano addirittura disegnate delle mappe speciali chiamate Carte a Proiezione, in cui venivano tracciate le possibili traiettorie di spostamento delle colonne. Jade non ne aveva mai viste, ma ne intuiva il loro funzionamento… continua…

Cocisse

Tutti credono che esista ma nessuno lo ha mai visto
Tutti lo chiamano ma lui non risponde mai
Tutti dicono che è buono e onnipotente…
…e di sicuro non gli manca il senso dell´umorismo.

Il capitano Cocisse fece atterrare l´astronave su un promontorio abbagliato dalla luce di quella stella appena nata, che lui aveva immediatamente battezzato col nome di “Sole”. Il razzo a forma di triangolo bruciò un po’ d’erba coi reattori, fece due balzelli e poi rimase immobile, primo ed unico battello spaziale ad aver toccato la superficie di quello strano pianeta pieno d’acqua.
«Siamo arrivati. Potete raccogliere le vostre cose e prepararvi allo sbarco» disse il capitano, e la sua voce rimbalzò in tutti gli altoparlanti dell’astronave. L’equipaggio, un centinaio di persone in tutto equamente divise in uomini e donne, incominciò a prendere posizione vicino allo sportello d’uscita, brontolando e lamentandosi come solo gli uomini sanno fare. Qualcuno diceva che il viaggio era stato terribile, che il cibo servito faceva schifo, che il capitano Cocisse, che tutti chiamavano col curioso soprannome di “Dio”, non sapeva guidare e che era stato un miracolo, o semplice fortuna, che non era andato a sbattere contro un nugolo di asteroidi quando ormai erano quasi arrivati a destinazione.
Il capitano s’infiló tra la calca che attendeva impaziente di scendere e prese posto davanti allo sportello. Indossava la divisa con i gradi ben in mostra sulle spalle e la barba bianca e lanuginosa gli ricadeva sulle medaglie vinte in gioventù, quando era stato un pilota provetto. Ne era passato di tempo da allora. Le mani non erano più ferme come il giorno in cui uscì dalla scuola di volo, ed era stato per davvero un miracolo, o forse solo fortuna sfacciata, che era riuscito a scansare quei maledetti asteroidi. Sarebbe stata una grande beffa inciampare nella sua ultima missione, prima della meritatissima pensione.
Azionò la leva che apriva lo sportello e attese con gli occhi abbassati che i meccanismi, con suoni stridenti e sbuffanti, facessero il loro lavoro. Il sole splendette sul suo volto e su quello degli uomini e delle donne che attendevano alle sue spalle.
«Ecco la vostra nuova casa!» dichiarò Cocisse, accendendosi subito una sigaretta. Non che fosse vietato fumare a bordo, intendiamoci, ma nessuno fumava per rispetto di quelli che non fumavano, ed era sempre stato così.
I passeggeri discesero lentamente la scaletta dell’astronave trascinandosi dietro ogni sorta di bagagli, borse, zaini, portacappelli, gabbie per uccelli e via dicendo. Andarono a disporsi in semicerchio sul pratino del promontorio lamentandosi subito dell’umidità, del vento, del sole, e delle nubi all’orizzonte che secondo qualcuno avrebbero portato pioggia. Perché si sa, gli uomini non si accontentano mai.
Cocisse rimase ai piedi della scaletta pronto a dare istruzioni. Appena ci fu un po’ di silenzio il capitano iniziò a parlare al popolo impaziente.
«Mi auguro che vi siate letti bene le regole durante il viaggio. In ogni caso le ripeterò adesso, prima di congedarmi da voi. Allora…-
Qualcuno tra i cento indicò in cielo un uccello e molti si distrassero, ma Cocisse non ci badò e proseguì. Ve ne furono molte di distrazioni durante il suo discorso.
«Regola numero uno: non litigate. Cercate sempre di andare d’accordo e risolvete le vostre incomprensioni con le parole e non con la forza. Rispettatevi a vicenda, sempre…»
L’uccello, che era un tucano, era scomparso nel frattempo dentro i boschi della valle.
«Regola numero due: godete dei frutti di questo mondo. Non sprecateli, non sfruttateli oltre il necessario, non inquinateli e neanche banditeli. Questo mondo non è vostro, è solo in affitto, ricordatevelo…»
Intanto qualcuno si era messo a prendere il sole e poco sentiva di quello che veniva detto.
«Regola numero tre: riproducetevi e divertitevi nel farlo. Se per caso qualcuno di voi preferisse divertirsi con compagni dello stesso sesso, allora che si diverti pure senza riprodursi, che di sicuro non ce ne sarà bisogno…»
Qui alcuni starnutirono e persero metà della frase, ma erano troppo arroganti per chiedere ai vicini che cosa era stato detto.
«Regola numero quattro: aiutatevi. Se qualcuno è in difficoltà, dategli una mano. Ricordate che la vita è un gioco, non una competizione…»
E a questo punto molti alzarono la mano per chiedere spiegazioni perché non riuscivano a capire la differenza tra gioco e competizione. Cocisse provò a spiegarglielo e tutti annuirono soddisfatti, per non ammettere di non aver capito un bel nulla.
«Infine, quinta ed ultima regola: amatevi e amate il vostro mondo!» Ma a questo punto molti si erano già dileguati perché pensavano che le regole fossero finite. Davanti al capitano erano rimaste solo una decina di persone con le mani alzate le per domande di rito. Qualcuno chiese se si poteva eleggere un capo, ma un altro disse che era meglio formare un governo. Una donna che aveva freddo domandò se si potevano usare le pelli degli animali per vestirsi, e un uomo distinto invece parlò di qualcosa di assolutamente astratto che si chiamava denaro e che di sicuro avrebbe semplificato la vita di tutti. Non mancarono frasi di elogio al capitano e un gruppo di quattro ammiratori chiese si poteva erigere un effige in suo onore, per ringraziarlo di averli portati su quel nuovo mondo. Cocisse, che tutti chiamavano Dio, rispose educatamente a tutte le domande ma nessuno davvero lo ascoltò. Poi giunse finalmente il tempo di ripartire. Risalì la scaletta, salutò le poche persone rimaste sul promontorio (le altre si erano già allontanate per ispezionare il territorio e alcuni di queste incominciarono a pensare al concetto di “proprietà privata”) e riprese posizione nella cabina di comando. Il razzo a forma di triangolo descrisse un arco nel cielo e in pochi istanti sparì all’occhio dell’umanità.
“Finalmente! Ora potrò riposarmi e godermi la pensione” pensò il vecchio capitano mentre si lasciava alle spalle il pianeta azzurro. Peccato che non fu altrettanto fortunato come all’andata, e appena oltrepassò un pianeta tutto rosso andò a schiantarsi su un grosso asteroide, deviandone la traiettoria e portandolo su una nuova orbita.
«Che cos’è quello?» domandò la sera stessa uno degli uomini sbarcati sul nuovo pianeta.
«Un satellite, credo…» rispose un altro.
«Ma non ci avevano detto che questo posto era tranquillo. Lo sai come sono i satelliti, con le maree e gli sbalzi di umore…»
«Non ci si può mai fidare delle agenzie planetarie! Comunque, almeno di notte si riesce a vedere qualcosa. Che ne dici se la chiamiamo Luna?»
«Luna? E che razza di nome è? E poi è un satellite, cioè un maschio. Chiamiamolo Armando, un nome importante…»
«Armando! Ma tu sei scemo!» Così iniziarono a litigare, infrangendo subito la prima regola.
E non furono gli unici.

GM Willo 2009 – Immagine di: http://dehearted.deviantart.com/

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Terminator Salvation

Pubblicato: 27 giugno 2009 da Willoworld in CINEMA
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Continuano inesorabilmente i seguiti di pellicole culto degli anni ottanta. Volete proprio che vi parli della trama? Beh, se vi interessa davvero un’idea potete farvela nel trailer. Il film non è male, la sceneggiatura è interessante, gli attori se la cavano, in definitiva è un buon prodotto, ma cosa manca a questo film? L’innovazione;  ci sono delle pellicole e delle storie che non hanno più nulla da raccontare, questo film è una di queste, seppur apprezzabile per gli sforzi non aggiunge nulla di nuovo alla saga degli uomini contro le macchine. Niente che possa stimolare la fantasia degli spettatori, gli effetti speciali sono sublimi come pure alcune atmosfere in puro stile Terminator ma nulla di più. Resta da porsi la domanda se sia stato davvero il caso di fare questo film e spendere oltre 200 milioni di dollari per realizzarlo. In fin dei conti negli anni ottanta concetti come guerra contro le macchine e sopravvivenza del genere umano erano decisamente nuovi, interessanti. Ora come ora sanno di gia visto, opere ben superiori come la saga di Matrix e l’animazione giapponese hanno sviscerato concetti più profondi e analizzato ampiamente queste atmosfere . In definitiva questo film sarebbe stato un film eccezionale, se fosse uscito 12 anni fa. Ora come ora il palato degli spettatori è più esigente. Non convince i fan della serie e stupisce poco le nuove generazioni, quindi non ha contenuti cosi profondi da accontentare i palati più fini, ma non e abbastanza blockbuster da rendere felici orde di teeager brufolosi in definitiva non accontenta nessuno. Peccato per Bale che ce la mette tutta per fare il protagonista del film, ma la scena gli viene rubata dal co-protagonista terminator/umano. La visione è comunque consigliata, ma non merita i 7 euro di un biglietto, magari prendetelo in affitto, anche se vale la visione solo per la scena amarcord dove fa la sua comparsa il T800 con il faccione di Sfwarzy.

Voto 6/10

Recensione a cura di Hermes

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