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Il sogno si dirada lentamente. Effetto sfumatura, come solo un bravo regista riuscirebbe a fare. Mia madre mi sta chiamando dal fondo delle scale.
– Tesoro, è pronto in tavola – È pronto in tavola… Si certo. Arrivo.
Ancora notiziario, quello delle otto stavolta. Adesso c’è un uomo che parla composto. Parla dei ragazzi che sono ancora laggiù, in mezzo alla polvere e alla merda di cammello. Mi accorgo che non riesco a mantenere l’attenzione sulla tv. Il pensiero corre veloce e si mischia ai ricordi. Mi sembra quasi di poter sentire ancora l’odore della carne bruciata, e l’arabo che grida mentre sparo nel culo di sua moglie.
Basta. Scuoto la testa come servisse a dimenticare. Mio padre tiene gli occhi puntati sul televisore, mia madre invece se ne accorge.
– Cosa c’è tesoro? Non ti senti bene? –
– Niente, è tutto apposto. Senti mà, io non ho fame. Vado a fare due passi. Ci vediamo più tardi –
Sento le voci che si confondono, mentre esco di casa.
– Povero piccolo, chissà cosa gli hanno fatto passare laggiù – È mia madre che mugola per il suo piccolo. Sarei contento se avesse visto cosa è successo alla coppia di beduini. Sarei contento di smerdargli gli occhi di pura realtà. La realtà che puzza di cordite.
Rispondo al cellulare che squilla, mentre continuo a guidare verso il bar. È Jeremy; che ha voglia di vedermi per una bevuta insieme. Jeremy abita a pochi chilometri da casa mia. Ci conosciamo dall’asilo; siamo cresciuti insieme. Ci siamo fatti la prima birra insieme, mentre sbirciavamo dalla finestra che dava nello spogliatoio femminile della scuola. La prima canna d’erba ce la fumammo insieme nascosti sotto le gradinate del campo da football. Ci siamo anche arruolati insieme, Jeremy ed io.
Arrivo al bar e parcheggio sul retro. Ho scelto un posto che non è frequentato da amici e compagni di scuola. Non ho voglia di vederli, di dover subire le pacche sulle spalle e dover raccontare come me la passavo nel deserto. Teste di cazzo, tutti quanti. Solo a pensare a quelle facce belle distese nell’annuario scolastico, mi sale una rabbia incontrollabile. Non so perché, ma sono certo che potrei sparare in fronte ad ognuno di loro senza la minima esitazione. Non chiedetemi perché ce l’abbia tanto con loro, è solo che certe cose le capiscono solo quelli che ci sono stati. Quelli che hanno visto. E poi c’è dell’altro. Ve ne parlerò presto…
Mentre scendo dalla macchina la rabbia continua a salire. Sbatto forte lo sportello e calcio lontano la lattina vuota che mi ritrovo tra i piedi. Questa va a finire in mezzo ad un gruppetto di tre negri. Loro si girano e cominciano a fissarmi. Portano vistose catene al collo. Marche famose stampate sulle magliette di due taglie più grandi. Uno di loro fa un passo avanti e stringe il cavallo de pantaloni tra le mani. Continuano a fissarmi… Le tre scimmie.
Mi chiedo che cazzo ci stiamo a fare laggiù nella merda, se per le strade di casa nostra devo ancora vedere questi residui di ghetto. Queste bestie randagie, più adatte ad uno zoo che a questa società. Spiegatemi un po’ perché dovrei permetterlo. Perché, noi cittadini liberi, dovremmo permettere a questa feccia di infestare le strade.
Non me ne accorgo ma lo dico ad alta voce, avvicinandomi lentamente. Il più alto di loro continua a venirmi incontro. Gli altri due lo seguono dappresso.
– No, bastardi… Non vi permetto di fare i cazzi vostri nelle strade in cui sono cresciuto. Tornate nelle fogne! – Calcio forte all’altezza della rotula, come mi hanno insegnato. Il negro si inginocchia urlando di dolore. Con un balzo sono su quello di destra. Faccio scivolare la mano in tasca e il contatto con il manico d’osso mi riporta all’infanzia. Il coltello da scuoiatura che mio padre mi regalò da ragazzo, quello che usavo per andare a caccia di cervi insieme a lui, adesso è saldo nella mia destra. Un gesto rapido, la lama sembra disegnare una scia nell’aria. La seconda scimmia cade all’indietro tenendosi la faccia. Il terzo tenta di scappare, lo inseguo e in poche falcate lo raggiungo. Sento i muscoli delle gambe rispondere al mio ordine. Li sento reagire istintivi, pronti a compiere il loro dovere.  Pianto il coltello con forza sotto la base del cranio, mentre gli tiro indietro la testa. La bestia cade e una macchia scura si allarga sotto di lui. Torno dagli altri due. Quello alto è ancora in terra e si tiene la gamba.
– Sei una bestia schifosa. Lo sai vero? La tua razza si espande come bubboni infetti. Luridi parassiti vi attaccate a questa società succhiandone la linfa. Quella troia di tua madre non ha fatto altro che aggiungere germi e allargare l’infezione quando ti ha cagato fuori. Lo sai… EH?! –
Gli monto con tutto il peso sul ginocchio spezzato tirandolo a me per i capelli.
– Lo sai vero? Eh stronzo?! Dillo… Dillo che tua madre è soltanto una vacca infetta… Lurido bastardo –
Lui annuisce, comincia a singhiozzare.
– Allora? Dov’è finito il gangster del ghetto… eh pezzo di merda! Avanti dillo… Cosa cazzo è quella negra di tua madre? –
Lo stronzo piange ancora di più e io per risposta carico altro peso sul suo ginocchio. Lui urla un po’, poi stringe i denti e comincia a mugolare.
– È una vacca – dice piano.
– Cosa? Che cazzo hai detto, negro? Non ho sentito… Cosa cazzo è tua madre? –
– È una vacca – ripete più forte – È una vacca infetta –
– Esatto cioccolatino… È una vacca negra infetta… Beduina del cazzo –
Il taglio netto alla gola comincia a zampillare sangue, sempre più abbondante, fino a somigliare ad una cascata scura. Gli lascio i capelli e lui cade all’indietro come una marionetta senza fili. Mi avvicino all’ultimo. La prima coltellata è passata di traverso sull’occhio. Lui geme ruotando la testa come se fosse stordito dalla droga. Un breve sguardo. Lo fisso nell’unico occhio, che sta ruotando freneticamente dentro l’orbita. Sento i suoi denti rompersi sulla punta dell’anfibio. Il secondo e il terzo calcio sembrano incassarlo nell’asfalto. Il quarto… Il quinto… Il sesto… Continuo e continuo ancora. Il settimo calcio sulla bocca sembra finalmente ucciderlo. Pezzetti bianchi galleggiano in una pozza rosso scuro.
Le note di Walk dei Pantera suonano forti anche all’esterno del locale. La musica ha coperto le urla della mia pulizia. Faccio il giro ed entro dalla porta principale. Il locale è pieno e Jeremy mi saluta dal tavolo più lontano.

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RACCONTAMI SULLE NOTE DI…

I ricordi si mescolano alla realtà. Sulla strada di casa mi sembra quasi di sentire di nuovo la polvere. La dannata polvere del deserto, quella che non smetti mai di masticare.
A casa c’è anche mio padre. Si è preso tre giorni di permesso per stare un po’ col figlioletto in congedo. Mia madre ci prepara due sandwich con pollo e mostarda, e noi ci sediamo in salotto a vedere le notizie della Fox, quelle campate in aria per intenderci. Mio padre è un repubblicano convinto, ma anche a lui non va troppo a genio la scimmia. Eppure l’ha votata due volte!
Seguo il movimento delle labbra della giornalista davanti alla telecamera. Non ricordo come si chiama, non mi interessano le parole. Mi perdo nella sua bocca e in altri dettagli. Il rossetto da trenta dollari. La giacca da trecento. Le infilerei il mio M15 nel retto. La farei ballare un po’, proprio come con quella stronza col velo in testa, laggiù nel deserto…

…e quel negro disperato che in lacrime mi urlava di lasciarla andare. Ma io non la capisco quella lingua di merda. Non so neanche che cazzo è, arabo, sunnita, cazzita. Comunque…
Lei si dimena con la canna nel culo. Secondo me le piaceva. Jeremy tiene al guinzaglio il marito, legato come un salame. Bud si avvicina alla troia e le infila il cazzo in bocca. La polvere è dappertutto. Io butto giù un sorso di vodka dalla fiaschetta mentre continuo a stantuffare con l’M15. Jeremy ride come un matto e scatta foto col cellulare. Il culo dell’araba incomincia a sanguinare. Deve proprio piacerle, penso. Ecco che quello stronzo di Bud le viene in bocca. Le tiene la testa, sento i rantoli della troia. Vuoi vedere che riesce ad affogarla. Attento, gli urlo, che te lo mozza. Non riesco a finire la frase che la troia gli da un morso e per poco non glielo stacca. Stronza. Che faccio ragazzi, chiedo. Bud mi urla di ammazzarla, Jeremy invece, che ancora non gli basta, mi trattiene. Forza, gli dico. Divertiti e facciamola finita. Allora Bud prende il marito e comincia a picchiarlo, ma non lo uccide. Non ancora. Gli attende un ultimo grande spettacolo prima di chiudere per sempre quei due fottuti occhi da negro. Jeremy tira la troia per il velo e la butta per terra. Io mi piego in modo da non perdere la posizione. Continuo il vecchio su e giù col fucile. Lui le monta sopra e comincia a scoparla. La sabbia si alza, un polverone del cazzo. Ho paura mi si inceppi il pezzo. Andiamo avanti così per due o tre minuti. Finalmente sento il gemito del mio compagno. Fammi una foto, fammi una foto, urla a Bud. Ma lo stronzo sta maciullando la testa del marito. Non lo uccidere ancora, gli dico. Stai tranquillo, risponde lo stronzo, ma ho paura che sia troppo tardi.
Siamo all’epilogo, Jeremy si rialza in piedi soddisfatto. La troia è distesa e non si muove. Ma è viva, lo sento. Tutti si girano verso di me, in attesa del colpo. Io continuo ancora un po’ a stantuffare, su e giù, su e giù. Voglio sorprenderli. Voglio farli divertire, persino il marito che con la faccia coperta dal sangue rotea un’orbita verso la moglie. Li guardo uno ad uno, mi soffermo alcuni istanti sul volto stravolto di Bud. Inaspettatamente, bang!
Tutto qui, mi urla Jeremy. Il colpo non lascia traccia. Una mezza convulsione delle flaccide membra della troia, e poi è tutto finito. E che ti aspettavi, gli dico io, sfilando dal culo l’M15 e pulendolo al velo del cazzo. L’altro colpo è per il marito. Bang!
Andiamo ragazzi…

“David, vuoi un altro sandwich?” mi chiede mia madre dalla cucina. Il ricordo mi ha messo appetito. “Si, mettici più mostarda!” rispondo.
In Tv danno lo sport. Mio padre è sempre contento quando danno lo sport. Il mondo diventa più semplice, più lineare. Risultati, classifiche, vincitori, vinti. Tutto quadra. Non è come la politica o la finanza. Lui non ci capisce mai un cazzo di quella roba. È repubblicano perché lo era il suo vecchio, semplice. Per il resto, potrebbero morire tutti. Ma lo sport è un’altra cosa.
Mi alzo, saluto il vecchio e me ne vado in camera. Guardo l’orologio. Le tre meno venti. C’è ancora tempo, ma ho voglia lo stesso di dormire.
Scendo giù, dove le tenebre si fanno tiepide, e il silenzio è musica.

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Sembrano passati anni da quel giorno nel deserto, ed invece sono solo tre mesi che condivido il segreto. Cazzo, sarà stato il caldo, o forse l’alcool. Sarà stato il fatto che eravamo dentro l’inferno… E non è una cazzo di metafora. I want you!. Bello sorridente George ti invita nel glorioso esercito. La solita foto stronza che usano ogni volta, per raccattare carne… Carne senza cervello. Ti dicono che lo fai per la patria, che lo fai perché la libertà si veste di rosso bianco e blu. E tu ci credi. Non ti sforzi nemmeno, dopotutto che altro avrei potuto fare dopo il college. Lavorare nella ditta edile di mio padre?. E allora in marcia, insieme ad altre uniformi uguali alla tua. Sei un soldato adesso amico, non più un individuo.
E poi di colpo ti ritrovi laggiù. Un caldo soffocante, rovine di edifici e rovine di persone. Quei negri del deserto si nascondono ovunque. Si nasconderebbero anche in culo ad un cammello se potessero. A loro basta farti fuori. Perché non capiscono che noi siamo là per portare la libertà, la democrazia.

Passano i giorni e non succede niente. Te ne stai rinchiuso nelle tende, sdraiato sulla branda accanto ad altre divise uguali alla tua. Centinaia di divise, tutte uguali alla tua. E le idee, i principi che avevi? Ti accorgi di aver lasciato tutto a casa, insieme al fottutissimo pollo fritto di tua madre. E poi le guardie alla polveriera, i checkpoint da tenere sotto controllo. Ore e ore sotto quel caldo d’inferno. E se non si fermano all’alt gli devi sparare ai beduini. Eppure c’è anche scritto che si devono fermare all’alt, c’è scritto anche in quella loro maledetta lingua. Poi mi collego ad internet e scopro che la maggior parte di loro non sa leggere. Che cazzo di gente… I negri del deserto.
Nelle tende circola alcool e anfe. Nessuno sa da dove arriva eppure ce n’è quanta ne vuoi. Ogni tanto trovi anche un po’ d’erba, ma quella è roba da comunisti fricchettoni. Io non voglio che mi si addormenti il cervello, devo rimanere sveglio. Attivo. Sono un cazzo di marine. IO.
Nelle tende circolano anche giornali pornografici. Non ricordo nemmeno più l’odore della pelle di Jenny da quanto non la vedo. Confondo la sua faccia con quella della bionda sul paginone centrale, e allora chiudo gli occhi e non so più su chi mi sto eccitando.
Jeremy mi sveglia dal tiepido sogno. Mi sveglia con un calcio alla branda. Accanto a lui c’è Bud, il texano. A lui piace stare qua. A lui piace da morire tirare il grilletto. Ha ucciso tre negri del deserto da quando è qui. Lo avrà ripetuto mille volte, vantandosi di come li aveva stecchiti. Qualcuno dice che due dei tre che Bud ha fatto fuori erano una donna che scappava con un fagotto in mano. Bud era alla mitragliatrice del checkpoint sud. La donna non si è fermata a l’alt e Bud ha sparato. Pensava che fosse una kamikaze e il fagotto una bomba. Correva per raggiungere il medico che abitava al di la del checkpoint, perché il figlio che stringeva al petto aveva la febbre alta. Questo sembra aver raccontato il marito. Neanche lui, come la moglie, sapeva leggere.
– Allora David, ti vuoi muovere? Alzati dalla branda che usciamo. Tutti e tre…  – Bud sorride mentre Jeremy continua a dondolarmi  con l’anfibio. – Usciamo? Dove? Oggi non siamo di pattuglia  – Ho gli occhi ancora appiccicati dal sonno. Mentre mi tiro su sento che la maglia dietro la schiena è completamente fradicia di sudore.
– Niente pattuglia amico. Dobbiamo unirci al convoglio che è già giù in città. Sembra che hanno trovato un covo di ribelli e vogliono entrare -.
E allora ti tocca a muovere il culo,  marine. Ti alzi, ti prepari veloce, come ti hanno insegnato, e nemmeno due minuti dopo sei in assetto da battaglia. Ritiri il fucile all’armeria e monti sulla jeep che guida Burt. Sgomma alzando un polverone ed esce dalla base. Passa rasente ad un gruppo di bambini che saltano di lato appena in tempo. Ti volti giusto un attimo per guardarli e sei già sulla strada principale.
Il blitz si rivela un buco nell’acqua. Dentro la casa non ci sono altro che due vecchi. Vengono presi in consegna dal convoglio e noi veniamo rispediti alla base. Ci hanno fatto vestire per niente, quelli stronzi.

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Jonathan Macini e Jack Lombroso 2008

Un mese e mezzo di stretta collaborazione on-line per dare alla luce questa sconvolgente creatura, un romanzo breve a quattro mani che lascia col fiato sospeso, un’altra prodigiosa follia sfornata dalla Giostra di Dante, il gioco di ruolo dei poeti e degli scrittori.
Le interviste ai due autori lo hanno preceduto. Potete visionarle qui e qui. Oggi è il grande giorno. I Silenti pubblicheranno l’opera a episodi, in tutto tredici capitoli (+ preludio ed epilogo). Ma chi vorrà leggersela tutta d’un fiato, cosa che consigliamo, potrà trovarla in versione integrale sul sito Willoworld Creativity oppure scaricarsela in formato pdf a questo link.
L’opera fará parte del libro di Jack Lombroso di prossima pubblicazione.
Buona lettura a tutti!

PRELUDIO

– Soldato David Norton –

Non vi hanno mai parlato del macello di Falluja? No, certo che non l’hanno fatto. Maledetti loro! Una festa di sangue di proporzioni inaudite, un evento spregevole superbamente coperto dalle televisioni. Coperto nel senso di sotterrato. Capite, vero?
Ma di macelli laggiù ce ne sono stati tanti, e ce ne saranno ancora. Alcuni di questi non vengono neanche riportati dai giornalisti freelance, mentre altri rimangono segreti. Sono i segreti che migliaia di reclute si portano a casa. Incapaci di credere ai loro stessi gesti, si convincono di non aver mai fatto niente del genere. Sono i semi dell’odio, quelli raccolti oltreoceano e piantati in terra natia. Crescono e mettono i frutti, migliaia di bombe pronte ad esplodere.
Vi parlerò della mattanza alle grotte del deserto, poco fuori Falluja. Quello è un segereto che conosciamo solo io e i miei amici… Tre mesi dopo ho lasciato una volta per tutte quel dannato paese. Coltiverò il mio germoglio a casa mia.
Il mio nome è David Norton, e ho un incarico importante da portare a termine, lentamente, un pezzo alla volta. Volete seguirmi? Volete sbirciare oltre il lenzuolo, quello che ricadendo fa risaltare la sagoma del cadavere? Siete pronti?
Il sipario di sta alzando.
Lo spettacolo ha inizio.

CAPITOLO I

– A casa –

Il ronzio del bimotore mi avverte che siamo pronti ad atterrare. Benissimo. Non ce la facevo più. Sono quasi trentasei ore che vengo sballottato da una parte all’altra del mondo. Tre continenti, cinque stati, due aeroporti internazionali e mille dannatissimi controlli. Dal finestrino riesco a scorgere il lago. Il velivolo incomincia la discesa. Eccola lì; un buco di culo in riva all’acqua. Eire, Pensilvanya, Stati Uniti. Ci sono nato, ci sono cresciuto, e fino a pochi mesi fa avrei giurato che ci sarei anche schiattato in quella fogna. Ma adesso non so più…
L’aria è quella di casa mia. Mi rigenera il fisico, ma non riesce neanche ad avvicinarsi all’intimo. L’intimo è perduto per sempre. Si è dissolto quel pomeriggio di tre mesi fa, tra la sabbia del deserto e l’odore della cordite.
Mia madre mi viene incontro. L’abbraccio, o almeno ci provo. È ancora più grassa, forse ha superato i cent’ottanta chili. Mio padre, una manciata di libbre in meno, sorride dietro di lei. Indossa la solita giacca verde con la bandierina in bella mostra. Si, la bandierina del cazzo, che sventoliamo sotto il naso di tutti, spacciando dosi mortali di libertà. Vi liberiamo noi. Certo, Bang! Sei libero fratello…
Abbraccio anche il vecchio. Mi stringe come per farmi capire che adesso sa che sono diventato un uomo. Mi viene la bizzarra idea di dargli un calcio nelle palle e spappolarli il cranio con un mattone.
Mentre ci dirigiamo verso il suv, la grassona mi dice che ha preparato del pollo fitto, come piace a me. Mio padre mi informa che stasera c’è la partita. Assolutamente imperdibile. Sprofondato nel sedile posteriore, guardo fuori dal vetro e vedo scorrere l’asfalto. Attraversiamo la città, duecentomila anime davanti al televisore. Un cane che abbaia da dietro il recinto. Un ragazzino in bici. Tutto così tranquillo…
Quando arriviamo mio padre mi sveglia. Dormivo come un bambino, con la testa appoggiata al finestrino dell’auto. Si, da qualche giorno mi addormento così, senza accorgermene. Non sogno. Cado. Tocco l’abisso. C’è tanta serenità laggiù.
La cena, il pollo, la partita di baseball, papà che mi confessa di quanto sia fiero di me, mamma che piange perché è così felice di avermi di nuovo a casa. Le nove, le dieci, le undici. Finalmente sono a letto. Le ultime ore sono state ancora più orribili del volo. Voglio dormire. Tornare nell’abisso, dove non esiste niente.

Uova col bacon davanti alla TV. Un bicchiere di latte scremato. Gli usignoli di papà che cantano nella loro gabbia appesa al porticato. Sono a casa.
Non ho programmi o, per essere più precisi, non ho programmi condivisibili. Lavoro, progetti, interessi. Niente. Riscuoterò l’assegno dell’esercito per i prossimi sei mesi, ma non credo che mi servirà così a lungo. Qualcosa mi dice che non ne avrò bisogno.
La mattinata la passo alla stazione degli autobus a guardare dei vecchi che vanno a trovare i parenti defunti al cimitero. Un pretesto come un altro per continuare a vivere. Potrei fare un salto al Dell’s, prendermi un caffè e fare due chiacchiere con quel cacasotto di Bernie, il barista. Chissà come mi è venuta in mente una cosa del genere. No, quello l’avrei potuto fare prima di Falluja. Era una cosa che faceva l’altro David.
Vorrei allungare le notti vuote, dilatarle il più possibile. Ma per farlo ho bisogna di nuove celebrazioni, annientare l’intimo per toccare l’abisso. E dormire.
Siete confusi? Non preoccupatevi. Tra poco vi sarà tutto chiaro. Tra poco arrivano le sei, l’ora giusta per fare del male. Come quel giorno nel deserto…

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Jonathan Macini e Jack Lombroso 2008

Jack Lombroso, finalemente. È stato difficile incontrarla. Giri di telefonate, appuntamenti a vuoto … Come mai tutta questa difficoltà?

Chi cerca di fuggire o quantomeno allontanarsi da questa società ha sempre poca voglia di rimetterci piede.

Dice di voler fuggire da questa società, eppure i suoi scritti vivono molto nella città abitata. Magari nei bassifondi più oscuri ma, per quanto surreali, possibili.

Nessuno può distaccarsi totalmente dalla società globale. Per quanto uno possa provare a rifugiarsi è praticamente obbligato a tornarci di tanto in tanto, anche solo per l’ispirazione. (Sorride N.D.R.)

Non crede che il genere pulp pregno di violenza sia ormai inflazionato?

Io scrivo quello che la gente cerca di più,o meglio, quelle cose che più attirano la nostra curiosità ma che non abbiamo il coraggio di manifestare. Ogni volta che guardiamo un telegiornale o apriamo un quotidiano veniamo messi al corrente di crimini efferati, di violenze: madri che uccidono i figli, figli che uccidono i genitori e così via. La violenza convive con l’uomo fin dalla sua nascita. Come può inflazionarsi qualcosa che ha sempre fatto parte dell’uomo stesso. Può forse inflazionarsi il bisogno di respirare?

Così lei sostiene che la violenza è presente e inscindibile nell’uomo come il bisogno di respirare?

Io racconto soltanto quello che vedo quotidianamente. In fondo una parte del cervello umano è eredità dei rettili. Proprio quella parte del cervello che “genera”, diciamo così, la natura violenta dell’uomo. La storia stessa ci racconta che non esiste popolo che non ha fatto ricorso alla violenza e se qualcuno ha provato a frenare questo aspetto si è semplicemente estinto.

Jack Lombroso è davvero questa figura oscura e misteriosa o è solo il personaggio interpretato da uno scrittore.

La maschera la mettiamo tutti. I miei racconti sono una buona parte di realtà unita ad un pizzico di pepe per renderne più accattivante la lettura. Nessuno scrittore scrive solo di realtà vissute. Nessuna vita su questa terra è così interessante da essere raccontata ad altri. Per quanto riguarda il fatto che molti mi ritengono un personaggio oscuro posso solo dire che non è oscuro quello che sta al di fuori della luce del sole.

Cosa ci dice di questo lavoro con il signor Macini? Come ha vissuto questa esperienza e sarà possibile una nuova collaborazione tra lei e Macini?

Beh, credo che il web renda possibile certe cose, intendo la collaborazione a distanza. Personalmente ritengo che questa esperienza possa essere l’esempio di come due persone totalmente diverse possano comunque collaborare in maniera costruttiva tra di loro, in modo totalmente libero e tollerante, cosa che la maggior parte delle persone cosiddette sane non riescono neanche a comprendere. Comunque l’esperienza è stata piacevole, e se le nostre strade si incontreranno di nuovo potremo provare ancora a costruire qualcosa insieme.

Ci vuole rivelare qualcosa riguardo al vostro libro? Sarà pubblicato a breve, se non vado errato.

Si, forse addirittura prima della fine dell’anno. S’intitolerà “Raptus Interruptus e altri schizzi di quotidianità”, e verrà pubblicato naturalmente dalla Edizioni Willoworld. Conterrà anche il romanzo breve “il seme dell’odio”.

L’ultima domanda mister Lombroso. Cosa vorrebbe ci fosse scritto sul suo epitaffio?

Vi odio tutti.

LEGGI ANCHE L’INTERVISTA A JONATHAN MACINI

LA PAGINA DI JACK LOMBROSO

In occasione dell’uscita del romanzo breve “Il Seme dell’Odio”, una straordinaria collaborazione tra Jonathan Macini e Jack Lombroso, Willoworld ha intervistato uno dei protagonisti della Giostra di Dante, il gioco di ruolo dei poeti e degli scrittori. Macini ha già pubblicato due libri, Le Rivelazioni di Giovanni Meraviglio (un viaggio introspettivo diviso in tre atti) e il recente Sebastian Claw e altri racconti. Questo lavoro, che verrà presentato su questo stesso blog il 31 ottobre prossimo, è stato portato a termine nell’arco di un mese e mezzo, in un’intensa collaborazione on-line tra i due autori, che non si sono mai conosciuti. Non è vero, Jonathan?

Infatti. Un esperienza nuova che ha dato dei risultati insperati. Incredibile quello che è possibile fare con le nuove tecnologie della comunicazione.

Sembra che in rete sia diventata una pratica molto comune, in campo artistico, collaborare a distanza. Era la prima volta per te?

Si, lo era. Ma spero di poterlo fare ancora. La Giostra di Dante e le altre piattaforme di Willoworld lasciano molto spazio a questo tipo di esperienze.

La domanda che si chiedono tutti è ovviamente, com’è questo Jack Lombroso? Di lui si sa poco o nulla. È davvero quel personaggio oscuro di cui molti parlano?

Beh, non posso dirlo con sicurezza. D’altronde non l’ho mai incontrato di persona. Ho scambiato qualche e-mail, l’ho sentito un paio di volte al telefono e in chat. Di solito mi contatta da posti strani, internet café, cabine (le ultime rimaste). Gira molto. Un giorno è Milano, quello dopo è a Monaco, e poi Londra, Edimburgo. Ho fatto fatica a stargli dietro. Comunque è un tipo sicuramente fuori dalla norma.

Infatti. Ormai Jack Lombroso è diventato una piccola leggenda. I suoi racconti sono dei veri e propri omaggi a Bukowski e Tarantino. Sarà anche così per questo lavoro a quattro mani?

Beh, anche io devo molto a quei due nomi, ma credo che ci siamo distanziati dai tipici soggetti di cui abbiamo parlato nelle altre storie. Sarà una sorpresa, vedrete…

Non ci anticipi niente?

Si tratta di un lavoro di fantasia, nella maniera più classica, ma che affronta un argomento anche troppo reale, la guerra. Troverete delle scene molto violente, tipiche dei miei ultimi racconti chtuloidi e di quelli di Jack. C’è una scena scritta da me nel terzo capitolo di cui vado molto fiero. Diciamo che mi è quasi scappata di mano…

In che senso?

È forse la scena più forte che abbia mai scritto. Speriamo di non venire censurato dalla Giostra.

Adesso mi hai messo addosso molta curiosità… Comunque, vedremo tra qualche giorno di cosa si tratta. C’è rimasto ancora qualcosa da fare oppure è già finito?

Ancora qualche dettaglio, ed il si definitivo di Jack, che deve ancora rileggere l’ultima correzione. Poi Charles Huxley si occuperà della locandina per la pubblicazione.

Infatti. L’opera avrà una pagina personale, consultabile interamente, potrà essere scaricata in formato PDF e verrà anche presentata sul sito I Silenti a capitoli. Non vediamo l’ora.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Non so ancora. Mi darò qualche settimana di pausa e poi vedrò. Ho in mente un paio di interventi per 101 Parole, forse addirittura nei prossimi giorni. Per il resto, sono contentissimo dell’ultimo libro. Finalmente Sebastian Claw ha visto la luce.

Infatti. Era una tua vecchia idea, vero? Come è stato rimettere mano ai vecchi lavori?

È stato come fare un viaggio nel tempo. Rileggendo gli appunti ho rincontrato la gente del passato, amici collaboratori, persone che non vedo più da una vita. È stata una bella esperienza, come con Giovanni Meraviglio. Pubblicandolo ho chiuso un importante capitolo della mia vita. E lo steso vale per Claw.

Le cose nuove che hai scritto hanno molto a che fare con il cyberpunk. Addirittura mischi la mitologia Lovercraftiana, a te molto cara, con Gibson. Andrai avanti su questa strada?

Penso di si. Se continuerò a pubblicare per la Edizioni Willoworld, che ha già presentato i lavori di Grezzo Illusivo, scriveró altri racconti in questo stile. Penso che il genere Cyber-Chtulhu sia da esplorare il più possibile.

E allora speriamo di leggere presto nuove storie!
Grazie a Jonathan Macini. Speriamo di farvi conoscere anche Jack. Stiamo cercando di contattarlo per un intervista, ma è davvero molto schivo.
L’appuntamento è per il 31 ottobre 2008 con IL SEME DELL’ODIO, un romanzo breve a quattro mani di Jonathan Macini e Jack Lombroso.
NON PERDETELO!

FONTE: Willoworld Creativity

Scarica il libro: Sebastian Claw e altri racconti

SUSANNA CHE DANZA

Pubblicato: 4 ottobre 2008 da Willoworld in GIOCHI, NARRATIVA
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Susanna ballava tra i tavoli del bar. Io da lontano la osservavo assorto e mormoravo Susanna… Susanna.
Non l’avevo mai vista prima eppure sapevo il suo nome; ma non ricordavo assolutamente come o dove lo avessi sentito.
Bevevo rum bianco e soda, con lime strizzato dentro; piccole gocce di profumo in un mare alcolico. Era il sesto della serata e cominciavo a sentirlo…

LEGGI IL RESTO DELLA STORIA

JIM LO SVENTRAPAPERE

Pubblicato: 15 settembre 2008 da Willoworld in GIOCHI, INTERNET, NARRATIVA
Tag:, , ,

Un grande ritorno per La Giostra di Dante: ecco a voi il nuovo racconto di Jack Lombroso!

-Ti giuro che è tutto vero amico-

Continuava a raccontarmi la stessa storia tutte le volte che ci incontravamo.
Alla quarta pinta partiva con il solito ritornello.

-Ti ho mai parlato di Jim. Jim lo sventrapapere?-
-Si- Rispondevo io -Almeno duecento volte-.

Lui rimaneva zitto per un’altra mezza pinta e poi attaccava.

-Ti giuro che che è tutto vero. C’era questo tipo, quando lavoravo giù al sud, che si inculava le papere fino a sventrarle. Era uno degli operai che lavoravano con me alla costruzione della ferrovia, posavamo a terra le rotaie. Si chiamava Jim, sarà stato alto almeno due metri e portava sempre dei vecchi jeans tutti logori che teneva su con due pezzi di spago, come fossero bretelle.-

Intanto io ordinavo un’altra pinta, giusto per affogare il cervello e permettergli di sopravvivere. Al banco di un pub trovi sempre quelli che hanno bisogno di raccontarsi. Di raccontare e raccontare ancora, senza mai dire niente. Parlano e parlano; per ore e di tutto, come se parlando purificassero la loro vita. Io odio i banconi dei pub, ma non sopporto di sedermi al tavolino come le coppiette del cazzo o come gli ubriachi che non riescono più a stare in piedi. Odio anche i pub. A dire il vero odio anche i bar, ma sono gli unici posti dove ti stappano la bottiglia senza fare troppe domande.

-Faceva un caldo bestiale amico. È così te lo giuro, faceva così caldo che la birra che pisciavamo era più fresca di quella che buttavamo giù dalle bottiglie e ne pisciavamo così tanta da ubriacare la terra intera. Comunque… La sera finito il lavoro ci portavano da mangiare con un furgoncino. Aveva la marmitta così piena di buchi che lo sentivamo a due chilometri di distanza. Ci scaricava la sbobba e ripartiva come se gli corresse dietro il diavolo, alzando un polverone tremendo. Col tempo imparammo ad allontanarci in fretta, ma i primi tempi ne mangiammo di quella polvere… Accidenti. Dopo aver finito la sbobba il vecchio Bob preparava il caffè facendo bollire l’acqua in un vecchio pentolino poggiato direttamente sul pezzo di legno che ardeva. Proprio come i vecchi pionieri. Era il caffè più schifoso che abbia mai bevuto in vita mia. Ad ogni sorso la polvere di caffè ti scendeva lungo la gola raschiandotela come fosse sabbia. Ma nessuno osava dire niente al vecchio Bob. Sembra che qualche anno prima avesse fatto bere a forza tutto il pentolino di caffè bollente ad un pivello che ne aveva parlato male. Ci teneva al suo caffè, cazzo… Ci teneva un sacco. Dopo il caffè di Bob ci giravamo a turno una bottiglia di whiskey fatta in casa. Ce la portava il contadino che abitava vicino al cantiere. Distillava quella roba in un capanno accanto al fienile e ce ne dava una bottiglia al giorno in cambio di una ventina di sigarette, che raccimolavamo mettendone due o tre a testa. Quando tutti si addormantavano sotto la luna, Jim, si alzava piano piano e spariva verso la fattoria. Nessuno se ne accorgeva tranne me, perchè io dormo poco amico. Puoi crederci è tutto vero, dormirò cinque ore al massimo per notte-

Io ogni tanto annuivo stanco. Avevo sentito quella storia tante di quelle volte che sapevo ormai dove annuire e dove fare la faccia stupefatta. Ordinai un whiskey, a sentirne parlare mi viene sempre voglia di un whiskey, e ci misi dietro un’altra pinta. Tanto per sopravvivere, sapete com’è ?!

-La prima sera che Jim si allontanò pensai che fosse andato a pisciare e continuai a pensare ai fatti miei. Il mattino seguente il contadino ci disse che una delle sue papere era morta, ma non aveva nessun segno addosso. Nessun animale predatore l’avrebbe lasciata li dopo averla uccisa. Sembrava morta di causa naturale. Noi continuammo a lavorare schivando la nube di polvere del camioncino porta-sbobba e stordendoci col whiskey. Quella notte Jim sparì di nuovo verso la fattoria, così lo seguii. Mi nascosi dietro un cespuglio non troppo lontano, riuscivo comunque a vederlo alla perfezione perchè la luna era piena e rischiarava tutto. È tutto vero amico, Jim era lì coi pantaloni abbassati e un’anatra in mano che starnazzava impazzita. Gli teneva il becco chiuso con la sinistra, mentre usava la mano destra per non fargli aprire le ali. È tutto vero amico mio. Jim tirò fuori l’uccello più grosso che abbia mai visto e d’un colpo cominciò a fottersi l’anatra. Jim aveva un affare tanto mostruoso che quasi impalò il pennuto. Che ti devo dire amico, dopo questa scena tornai indietro e finsi di dormire. Povera bestia.-

Mi dava col gomito nel fianco, appena si accorgeva che mi distraevo un attimo. Non sopportavo più quel suo modo di parlare così serrato e quel suo gesticolare agitato. Non ti lasciava tregua. Dovevi per forza essere partecipe del suo cazzo di racconto. Mi balenò l’idea di colpirlo con la pinta proprio sul naso, ma avevo già abbastanza casini con gli sbirri, così l’unica soluzione fu quella di ordinare un altro giro. Doppio. Ne avevo proprio bisogno.

Non avevo neanche finito di parlare che lui riprese.

-Il giorno dopo il contadino tornò e ci raccontò di nuovo la storia dell’anatra morta. Io guardai Jim che se ne stava all’ombra del grosso albero e sorrideva soddisfatto con una sigaretta che gli pendeva all’angolo della bocca. Il contadino non riusciva proprio a spiegarsi cosa diavolo stava succedendo, ma disse che anche oggi avrebbero mangiato anatra a pranzo, fortuna che piaceva un sacco a sua moglie. Jim quasi si soffocò in quel momento. Dette la colpa al fumo che gli era andato di traverso e si allontanò.
La notte, appena tutti si furono addormentati, Jim si alzò di nuovo. Jim. Gli dissi io. Guarda che lo so che sei tu che fai fuori le anatre fottendotele. Dovresti smetterla o alla fine il contadino si insospettirà.
Che ci posso fare vecchio, mi disse, hanno un culetto così stretto e caldo… E poi alla moglie del fattore piacciono da morire. Lo hai sentito anche tu.
Ti giuro che è tutto vero, amico mio. Dopo poco sentii un urlo così forte che si svegliarono anche gli altri. Corremmo verso la fattoria che aveva le luci accese e trovammo Jim steso a terra con i pantaloni ai ginocchi e la testa rotta . Il fattore si era nascosto dentro il fienile e lo aveva visto mentre cercava di scoparsi una papera. Era uscito fuori dal buio e prima che Jim se ne accorgesse gli aveva dato in testa con la pala che usava per spargere il letame. Si era rotto di farsi sventrare tutte le papere. Il giorno dopo Jim fu spostato di cantiere dalla ditta appaltatrice e non lo rividi più. Credimi amico, ti giuro che è tutto vero.-

Mi guardava come se aspettasse qualcosa.

-Allora amico, cosa ne pensi?-
-Penso che è un peccato che non lo hai incontrato te, quel fattore-

Le parole mi uscirono di bocca senza che me ne accorgessi. Lui mi guardò duro, come se gli avessi offesso qualcuno di caro.

-Cosa vuoi dire amico?-
-Voglio dire che tutte le volte che vengo qui mi racconti di Jim del fattore e della moglie che amava il ripieno. Non ce la faccio più capisci? Non mi interessa di tutta questa storia, che ha forza di sentire ho imparato a memoria-

Avevo anche addolcito la voce, perchè in fondo un po’ mi dispiaceva trattarlo male. Era un buon diavolo anche se rompicazzo.
Lui rimase un attimo in silenzio, non disse niente e si girò. Se ne ebbe tanto a male che non mi parlò mai più.

Lo avessi immaginato prima.

Sono tornato in quel bar qualche giorno fa dopo un’assenza di un anno almeno.
Non era cambiato niente anche le facce erano le solite.
Vidi il vecchio che se ne stava seduto al banco sul solito sgabello, dava le spalle alla porta e non mi vide entrare.
Accanto a lui c’era un ragazzo con i capelli rossi che buttava giù grossi sorsi di liquore scuro, da un bicchiere squadratro.
Mi sedetti due sgabelli alla destra del vecchio.

Lui si sporse un po’ verso il ragazzo dai capelli rossi e lo sentii dire

-Hey ragazzo, ti ho mai raccontato la storia di Jim lo sventrapapere?-

Così ordinai e scalai di uno sgabello avvicinandomi al vecchio, per sentire quella storia una volta ancora.

FONTE: Willoworld Creativity

Vi ricordate il bellissimo racconto di Jack Lombroso “La Bestia al Confessionale“?
Dalla perversa mente di un vecchio balordo, ecco la versione illustrata dell’opera. Uno slideshow da brividi, visionabile anche immagine per immagine (basta clickare sullo slide ed entrare nel progetto).

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FONTE: Willoworld Creativity